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Centri territoriali per la
sicurezza e la qualità della vita
L’attuazione del recente decreto
sulla sicurezza e la sua relativa applicazione per quanto concerne
l’impiego di volontari, pone alcuni problemi per quanto concerne
l’efficacia tattica e la valenza strategica delle misure attuative da
parte delle amministrazioni comunali chiamate a disporle.
Sebbene gli allarmi lanciati da
alcuni settori sociali e politici decisamente minoritari ed
evidentemente intrisi di pregiudizi ideologici e interessi corporativi
non trovino corrispondenza nella maggioranza dei cittadini romani, c’è
tuttavia il rischio che l’applicazione del decreto in termini
minimalisti non porti ad altro che alla creazione di una serie di gruppi
che apparirebbero come una copia difettosa delle forze dell’ordine. In
particolare abbiamo fatto osservare in precedenti documenti che, da
quanto noi rilevato, la percezione della insicurezza è determinata da
fattori variabili e disomogenei che vanno oltre i problemi inerenti
l’ordine pubblico e la legalità e che, sebbene questi due aspetti
abbiano un ruolo preponderante, la loro manifestazione può dipendere da
condizioni complesse che non possono essere risolte esclusivamente con
gli strumenti dissuasivi e repressivi analoghi a quelli istituzionali
attualmente in vigore. E’, inoltre, fondamentale considerare il fatto
che la città di Roma presenta differenze evidenti nelle sue
problematiche territoriali che, in alcuni casi, assumono caratteristiche
peculiari che non rientrano nelle più comuni tipologie.
Quanto sin qui asserito, implica
la necessità di un intervento che soddisfi le esigenze seguenti:
1-
Differenziazione territoriale.
2-
Metodologia interdisciplinare di analisi dei
problemi
3-
Diversificazione della tecnica di intervento
4-
Caratterizzazione dell’immagine degli
operatori
5-
Creazione e mantenimento di un terreno di
dialogo tra operatori e cittadini
Aprendo una prospettiva più
ampia va, inoltre, considerato che la maggior parte delle ricerche
svolte negli ultimi decenni sull’analisi delle emozioni e dei
comportamenti umani comprese nelle categorie dell’eccesso di
aggressività, ostilità, ansia , timore e autoesclusione sociale,
concordano nel ritenere l’assenza o la forte carenza di interazioni
socioculturali in ambiti di affollamento demografico siano le cause
primarie (quando non esclusive) che ne determinano l’insorgenza e il
mantenimento. La nostra esperienza nell’ambito della gestione di
conflitti socio ambientali e nel contrasto dei comportamenti scorretti
o illeciti in essi implicati, ha dato risultati positivi laddove sono
stati implementati gli elementi informativi e gli strumenti di dialogo
promossi da organizzazioni extraistituzionali (che, generalmente,
riscuotono fiducia in quanto percepite come parti terze con ruoli di
mediazione). Suggeriamo, quindi, che gli interventi volti a ridurre la
percezione di insicurezza debbano comprendere anche le seguenti
attività:
1-
Ricerca sull’effettiva natura del problema e
del livello della sua percezione
2-
Informazione alla popolazione concentrata sul
rapporto tra dimensione del problema e dimensione della sua percezione.
3-
Creazione di spazi permanenti di confronto tra
componenti sociali in contrasto
4-
Organizzazione di eventi ricreativo culturali
volti a ridurre le distanze sociali percepite.
5-
Reclutamento di volontari disposti a cooperare
su progetti di risanamento, miglioria e controllo del territorio.
Non è un caso che il punto 5)
(che nel decreto sulla sicurezza può apparire come un elemento centrale
precostituito a forte rischio di estraneità e simmetria verso alcune
componenti) assuma, nel nostro schema di lavoro, la posizione di punto
di arrivo di un percorso condiviso improntato al dialogo e alla
conoscenza dei problemi da affrontare. In una tale ottica è ben
difficile che trovino giustificazione le critiche (strumentali o
realistiche) all’impiego di volontari per la sicurezza, in quanto essi
si troverebbero a rappresentare l’emersione della parte più cosciente e
disponibile delle società civili attualmente assai poco visibili in gran
parte del territorio metropolitano.
Un percorso di lavoro
articolato e durevole nella direzione sin qui esposta, deve,
necessariamente, basarsi su una struttura stabile ed aperta al
territorio con un certo numero di operatori che operino con un certo
livello di conoscenza delle problematiche implicate e che abbiano la
capacità di stabilire un rapporto diretto con i cittadini anche
attraverso quel tipo di eventi di ‘animazione’ o intrattenimento che
favoriscono la fertilità dei terreni sociali di incontro. Questo tipo di
struttura dovrebbe, secondo noi, assumere la denominazione di Centro
Territoriale per la Sicurezza e la Qualità della Vita . Una tale
denominazione sottolinea sia l’aspetto locale e decentrato del progetto,
sia l’ampiezza del suo intervento e l’intenzione di non considerare la
sicurezza un problema isolato risolvibile con piccole azioni
dimostrative. I centri dovrebbero cominciare a sorgere,
prioritariamente, nelle realtà periferiche, laddove è più marcata
l’assenza di strutture di socializzazione con la relativa amplificazione
(e frequente distorsione) di eventi percepiti come sorgente di
insicurezza e affidati alle organizzazioni di volontariato che mostrino
determinati requisiti.
Restiamo a disposizione per
fornire la nostra visione sulle possibili risorse economico-logistiche
per la realizzazione dei centri, sia per i criteri di selezione del
personale idoneo a promuoverli e coordinarli, sia sull’individuazione
dei criteri strategici che possono stabilire le linee guida che ne
orientino l’azione e gli obiettivi.
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